policoro
  Josiah
 
Era l'ultimo semestre prima del termine del college, dove mi stavo specializzando in insegnamento elementare, in particolare per bambini con esigenze speciali. L'anno stava per finire e lo stress e la tensione salivano. 

Iniziavo a chiedermi se avessi scelto la professione giusta. Non mi sentivo molto bene al risveglio, quel mattino, perché avevo fatto tardi con la programmazione delle lezioni e altri documenti che stavano per scadere. Mi ero tirata fuori dal letto pensando che non vedevo l'ora di tornare a casa e di rimettermi sotto le coperte. Mi preparai, preoccupata del fatto di dover andare nella classe di qualcun altro e lavorare con allievi che in genere odiavano abbandonare la classe e perdersi così qualunque cosa facessero i loro amici quel giorno. Quando arrivai a scuola firmai in segreteria, chiesi come raggiungere l'aula a cui ero stata assegnata e mi avventurai nell'atrio per trovarla. Avrei lavorato per le successive due settimane con allievi che avevano difficoltà di apprendimento, disturbi comportamentali ed emotivi. Incontrai una collega che mi spiegò di essere nella mia stessa classe, così ci avviammo insieme. L'insegnante sollevò gli occhi dalla rivista che stava leggendo e disse: Così voi siete le fortunate di oggi. lo mi limitai a sorridere: Mi piace lavorare con questo tipo di allievi. L'insegnante rise. Vedremo quanto le piacerà dopo che avrà conosciuto la mia classe. Pochi minuti dopo entrarono i ragazzi. Tutti maschi. L'insegnante li sistemò in punti diversi dell'aula. Uno dei ragazzini a cui eravamo assegnate io e la mia collega stava lavorando al computer con un amico. L'insegnate disse: Uno di voi due può prendere quello.

Josiah non è ancora arrivato é  in ritardo come al solito. Deve essere di nuovo nei guai. La mia collega decise di rompere il ghiaccio con il ragazzino al computer e io aspettai Josiah. Non ci volle molto perché la porta si spalancasse e un ragazzino l'attraversasse di corsa. Era alto per la sua età, indossava vecchie scarpe e abiti altrettanto vecchi. Aveva il viso rosso di rabbia e ansimava. Andò dritto al suo banco e buttò indietro la sedia. Guardai l'insegnante e lei disse: Le presento Josiah. Questo è normale, per lui. lo di solito lo ignoro, e poi gli passa. Ebbene, io non lo avrei ignorato. Quel ragazzino aveva chiaramente bisogno di attenzione. Spinsi la sedia vicino al suo banco e gli spiegai che studiavo all'università e che avrei lavorato alla matematica con lui per un' ora un giorno sì e uno no, per le successive due settimane. Lui sedeva con la testa abbassata, ancora tremante e senza dare segno di aver capito una parola. Proseguii dicendo che capivo che aveva bisogno di qualche momento per calmarsi, quindi sarei stata seduta lì accanto fino a che non si fosse sentito pronto a parlare, e poi avrei ascoltato tutto quello che aveva da dire. Lui continuò a sedere in silenzio. Grandioso, pensai fra me e me, giusto quello che ci voleva oggi. Non sapendo che altro fare, gli parlai ancora:

Josiah, so che c'è qualcosa che ti fa soffrire, adesso. lo sono venuta qui per aiutarti in matematica, ma sei hai bisogno di parlare di qualcos' altro sarò felice di fare tutto quello che posso. Alzò lo sguardo: Lei è carina, e ha un buon profumo.  Non sapevo cosa rispondere a questo, ma almeno era un inizio. Mentre cercavo le parole giuste, mi guardò ancora e disse con un lieve balbettio: Sono pronto a fare matematica, ora. Sorrisi e gli diedi un compito da completare, in modo da valutare il suo livello e vedere dove aveva maggiormente bisogno d'aiuto. Lui tirò fuori la sua matita e si mise al lavoro in silenzio. La televisione e il computer facevano un tremendo baccano e capivo che faticava a concentrarsi. Dopo aver completato alcuni esercizi mi disse: Mi dispiace di non averle parlato, prima. È che nessuno si era mai offerto di ascoltarmi. Di solito mi urlano solo contro. Continuò a completare i suoi esercizi mentre io lo guardavo. Non riuscivo a credere che solo un po' d'attenzione significasse tanto per lui. Come poteva essere arrivato in seconda media senza che nessuno si offrisse di ascoltare i suoi problemi. Era quasi ora di andare, quindi gli dissi di finire l'esercizio a cui stava lavorando e poi avremmo concluso, per quel giorno. Mentre raccoglievo le mie cose, mi guardò dritto negli occhi e chiese: Tornerà. Gli dissi che sarei tornata dopo due giorni e lui si rallegrò: Bene. Non vedo l'ora di rivederla. Quello bastò a riconciliarmi con il mondo, per quel giorno. ll giorno dopo passò in fretta e io non vedevo l'ora di lavorare ancora con Josiah.

Chiesi all'insegnante di lavorare con lui fuori dall'aula, perché il rumore lo distraeva molto. Josiah sembrava di buon umore, quando arrivò, almeno fino a quando non raggiunse il suo banco. L'insegnante lo aveva ripulito e aveva buttato via delle cose che apparentemente erano di grande importanza per lui. Sbottò all'istante, urlando contro l'insegnante: Non aveva il diritto di farlo! Odio la scuola e odio la vita. Vorrei essere morto. Gli diedi un minuto e poi gli chiesi di venire con me. Mi urlò: Non voglio fare la sua stupida matematica! Non importa a nessuno di me. Non importa a nessuno se imparo. A me importa molto, Josiah. Ma devi aiutarmi se vuoi che io aiuti te. Hai bisogno di un po' di tempo per calmarti. Si alzò e mi seguì fuori. Dopo esserci seduti gli dissi: Josiah, voglio che mi guardi per un momento e che ascolti quello che ho da dirti. Mi guardò.

Josiah, tu sei importante e sei speciale. Forse non te ne accorgi, adesso, ma tu hai dei doni speciali da offrire a questo mondo. Non mi importa di quello che dicono gli altri: io so che puoi fare tutto quello che vuoi ed essere tutto quello che vuoi, se decidi di farlo. Non lasciare che nessuno dica il contrario. Sedeva in silenzio, guardandomi. Notai i suoi occhi arrossati e umidi. Mentre tiravo fuori il mio materiale disse: Mi dispiace di avere avuto uno sbotto di rabbia davanti a lei. È l'unica persona gentile con me, e non volevo ferire i suoi sentimenti. Sono felice che lei mi insegni. Proseguimmo con la lezione e andò tutto bene. Fece fatica con i primi esercizi, ma quando gli mostrai come eseguirli capì subito, ed era così contento di se stesso per avere completato con successo gli esercizi che continuava a chiedermi di fame altri. Più ne facevamo, più ne chiedeva, esclamando: Non avevo idea che potesse essere così. Josiah continuò a lavorare sodo sulla matematica a faceva progressi ogni giorno. Era molto fiero di saper fare gli esercizi che facevano gli altri ragazzi della sua classe, e ogni volta chiedeva di fare qualche esercizio in più. Infine arrivò l'ultimo giorno del nostro lavoro insieme. Mi chiese perché non sarei più tornata e io glielo spiegai come potevo. Mentre mettevo via il mio materiale mi chiamò: Signorina Adams. Che cosa dissi senza alzare lo sguardo.
Signorina Adams, voglio che mi guardi e che ascolti quello che ho da dirle. lo alzai lo sguardo, e i suoi occhi si riempirono di lacrime mentre mi prendeva la mano e balbettava: Grazie infinite. Oh, è stato un piacere. Mi sono divertita. No. Dico sul serio. Grazie. Lei è davvero speciale per me e mi ha aiutato moltissimo. Con quelle parole, mi diede un grosso abbraccio e uscì dalla biblioteca. lo rimasi lì, in lacrime. In quattro anni di lavoro con allievi di tutte le età e di tutte le scuole, Josiah era stato il primo a dirmi grazie. Questo mi diede l'ispirazione e il coraggio di cui avevo bisogno per iniziare a pieno la professione d'insegnante. Oggi, nella mia classe, continuo a citare Josiah: Voglio che mi guardiate e che ascoltiate quello che ho da dirvi
 
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