policoro
  il bosco pantano nella storia
 

Il bosco Pantano di Policoro costituisce una vera rarità affacciata sullo Ionio: rappresenta infatti uno dei pochi boschi planiziali relitti presenti in Italia. Anticamente uno sconfinato bosco igrofilo copriva il suolo intorno alla foce del Sinni, senza soluzione di continuità con i boschi pedemontani. Dei primi frequentatori di quest'area, probabilmente già in età preistorica, non restano tracce, mentre le genti della Magna Grecia insediate nelle vicine colonia ne apprezzarono subito il valore, lasciando traccia di quella che forse rappresenta la più antica norma sulla gestione agroforestale del territorio: nelle Tavole di Eraclea infatti, risalenti al VI - V secolo a.C., veniva limitata l'attività umana di bonifica del bosco e delle connesse aree umide. Durante il periodo medievale, gli abitati si trasferirono dalla pianura ai primi rilievi (Nova Siri, Tursi, Rotondella), abbandonando le aree paludose malsane. In quell'epoca il bosco di Policoro era opportunamente gestito e tutelato per la fornitura di legname e per la ricchezza faunistica, preziosa per i nobili dediti alla caccia (sono ancora visibili i resti di un castello di caccia). Di estremo interesse le descrizioni che di quest'area fanno i viaggiatori, molti dei quali stranieri, che tra il 1700 e l'inizio del '900, attraversarono o visitarono questi luoghi. Richard de Saint - Non, che la visitò nella seconda metà del '700, così la descriveva: "Una foresta sacra ... dominata dal silenzio e dall'oscurità misteriosa che regna sotto le immense querce vecchie come il mondo ... popolata da una folla pacifica di animali ... dai cinghiali, dai daini, dai cervi, dai caprioli ...". Un secolo più tardi, nel 1881, Francois Lenormant, archeologo francese, parlava di una "vera foresta vergine ... che da una eternità non conosce l'accetta". George Gissing, narratore inglese, visitò questi luoghi nel 1897, rimanendone incantato: "L'immaginazione subiva un fascino che era per metà paura; non avevo mai visto un bosco incantato. Nulla di umano poteva aggirarsi tra quelle ombre senza sentiero, vicino a quelle acque morte. Era l'ingresso al mondo degli spiriti; su questo bosco gravava un silenzioso timore, quale Dante conobbe nella selva oscura ...". Ancora ai primi del '900 i 1600 ettari di bosco e i 110 ettari di stagni erano in ottime condizioni di conservazione. Norman Douglas, letterato inglese autore di "Old Calabria", stabilitosi in Italia nel 1896, visitò il bosco ai primi del '900, successivamente alla costruzione della ferrovia Metaponto - Foggia, che lo aveva tagliato in due. Lo scrittore scrive ammirato: "Il crepuscolo regna sovrano in questo dedalo di alberi alti e decidui. C'è anche un fitto sottobosco; io ho misurato un vecchio arbusto che aveva tre metri di circonferenza ... Policoro ha la bellezza aggrovigliata di una palude tropicale ... e quando ci si è addentrati in quel labirinto verdeggiante, si può anche immaginare di essere in qualche primitiva regione del globo terrestre, dove mai piede umano è penetrato". Il feudo di Policoro fu acquistato a pubblico incanto dai principi Serra - Gerace per 402.000 ducati nel 1792 e nel 1893 passò in proprietà ai baroni Berlingieri di Crotone, che mantennero integra tutta l'area, riservandola alla caccia. La riforma agraria del secondo dopoguerra, che espropriò 2805 grandi proprietari terrieri a favore di circa 100.000 contadini, investì anche il bosco Pantano, per buona parte espropriato ai Berlingieri. La bonifica passò sull'antica foresta come un rullo compressore, distruggendone buona parte: venne eliminato il vincolo idrogeologico e il bosco fu sottoposto a "taglio raso con dicioccamento". Iniziati nel 1956, i tagli terminarono solo nel 1961: frassini, pioppi e lentischi divennero cassette per la frutta; i frassini furono acquistati dalla Fiat per gli esterni delle prime giardinette; gli olmi, acquistati dalla ditta Feltrinelli, furono impiegati nei cantieri navali; dai tronchi più grandi di farnie, olmi e frassini si ricavarono traversine ferroviarie; gli ontani che svettavano lungo le rive del Sinni finirono sul mercato di Bari, per essere trasformati in casse da morto; il resto, pari ad oltre due milioni di quintali, fu venduto come legna da ardere. Nel 1961 lo spoglio era compiuto, degli originari 1600 ettari di bosco ne rimanevano solo 700, in gran parte ancora appartenenti al barone Berlingieri, e immense distese di pomodori e di barbabietole sostituivano l'originaria vegetazione spontanea. Fu così che "una delle più ricche e orride foreste d'Italia, una vera foresta vergine cresciuta in millenni di selvatichezza nel clima caldo umido, afoso e stagnante delle paludi e degli acquitrini", come la descrisse l'archeologo Lorenzo Quilici, fu quasi completamente distrutta, malgrado le proteste di naturalisti come Alessandro Ghigiche, che nel 1957, nel secondo numero del bollettino della neonata Italia Nostra, lanciò un accorato ma inascoltato allarme. Oggi dell'antico bosco di Policoro rimangono circa 550 ettari, di cui 480 protetti.





Foto di Piero Petruzzelli

il fiume sinni



 
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