policoro
  Faustino
 
Quando nacque Faustino, la mamma non capì subito che c'era qualcosa che non andava. Di solito quando nasce, un bambino la prima cosa che fa si sente un bel pianto insomma un pianticello liberatorio.

Quel famoso «nguè, nguè» che si sente perfino nei film quando ci vogliono far capire che è nata una nuova vita. Quando nacque Faustino quel nguè nguè non si sentì affatto. Si sentì, invece, un dolcissimo e delicatissimo fischio, un sibilio, un... fischiolino come quello di uno strano uccello venuto da un paradiso lontano. La mamma, infatti, disse al papà di Faustino che era li con lei di chiudere la finestra, credendo che fosse il canto di un uccellino. Ma anche con la finestra chiusa il «fischiolino» continuava, bellissimo come una canzone antica, ripetuto, un motivo che poi tutti quelli che lo sentivano lo avevano nelle orecchie per giorni e giorni. Quello strano fenomeno fu accolto da tutti con gran simpatia. Il bambino era così piccolo, non ancora in grado di parlare; tanto valeva che fischiasse. Passò del tempo ma Faustino continuava a non parlare. Per la verità si faceva capire bene anche con il suo fischiolino e rispondeva alle solite domande cambiandone il suono, la tonalità e l'espressione.

«Vuoi bene alla mamma?» gli chiedeva la sua mamma. E Faustino fischiettava con entusiasmo. Vuoi ancora la pappa?» e Faustino fischiettava come se fosse un sì o come se fosse un no. Insomma, se era un si, fischiettava in alto, se era un no, verso il basso. I suoi genitori ormai erano preoccupatissimi e lo fecero visitare da tanti dottoroni, che arrivarono alla conclusione che quella era certamente una strana malattia come tante altre strane malattie che affliggono i bambini nel mondo. Ma Faustino era sereno, simpatico, sempre allegro e pieno di voglia di vivere. «Rideva» perfino con il suo fischietto, una specie di cinguettio allegrissimo che metteva buonumore. Intanto la sua fama si era sparsa in tutto il mondo. Faustino era un caso: un bambino che fischiava invece di parlare. Ogni volta che in casa entrava una faccia nuova, ecco che Faustino inventava un motivo a seconda dell'eta di chi era arrivato, della simpatia, della bellezza. Ed era sempre un motivo azzeccato. I vicini di casa si divertivano e cosi anche i nuovi ospiti. Ma la mamma e il papà erano sempre più tristi e incominciavano a vergognarsi di avere quel figlioletto così strano. E arrivavano sempre nuovi dottori e professori, medici, psicologi qualcuno perfino dall'America.

Ma con questi Faustino fischiettava motivi un po' tristi ed elaborati, come se non gli piacessero tanto. Si risollevava subito quando sentiva, però, la musica alla radio o alla televisione. Bastava che sentisse una sola volta un motivo di una canzone, di un pezzo jazz, o di un'opera ed ecco che subito lo ripeteva a memoria, rendendolo ancora più bello. Ma un giorno i genitori si ricordarono di zio Severino, che, malgrado il nome, era la persona più dolce del mondo.

Era di umili origini ed era nato in un paesino dal nome strano, Roccasecca. Aveva cominciato a suonare il flauto nella banda del paese, era diventato bravissimo e famoso in tutto il mondo. Sembrava impossibile che potesse decidere di andare a trovare quei lontani parenti che avevano quello strano figlio. Invece un giorno arrivò, proprio per trovare Faustino. Fu come un incantesimo. Appena entrò lo zio Severino, subito Faustino intono il più fantastico e difficile motivo: trilli, rapsodie, minuetti e insomma tanta tanta musica. Un vero concerto. Lo zio Severino, esterrefatto, diceva che non aveva sentito mai niente di più bello. Passarono gli anni. Quattordici.

Ogni anno Severino era venuto a trovare Faustino; e ogni anno si era ripetuto un concerto di fischio straordinario. Ma quell'anno, il quindicesimo, zio Severino portò il suo flauto. E suonò con Faustino. O meglio zio Severino ripeteva con il suo flauto tutto quello che faceva Faustino con il fischio. E Faustino faceva sempre cose più difficili e complicate, con un virtuosismo che sembrava inarrivabile. Zio Severino suonava e sudava, sudava e suonava, per ripetere le melodie e i trilli di Faustino. Ci riuscì, ma alla fine era stremato, quasi senza più fiato. Ma abbracciò lo stesso Faustino, lo baciò e gli sussurrò in un orecchio: «Sei un grande artista». Fu allora che Faustino lo guardò negli occhi, aprì la bocca e disse: «Grazie», senza fischiare.

 
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