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  Natale in Polonia
 

In Polonia le feste natalizie iniziano con l'apparizione della prima stella, la sera della vigilia. I bambini spiano ansiosamente il cielo e, appena appare il primo brillio tutti si mettono a tavola. Prima di cominciare a mangiare si fa circolare una sottile fetta di pane azzimo, chiamato opplatek, raffigurante le immagini di Maria,Giuseppe e di Gesù Bambino.
Ognuno prende un pezzetto di opplatek. Un tempo in campagna, c'era l'abitudine di darne un po' anche agli animali della fattoria; oggi invece se ne dà solo agli animali domestici che vivono in casa. La tavola é sempre festosamente apparecchiata; sotto la tovaglia, però, c'é sempre un sottile strato di paglia, per ricordare a tutti, che Gesù é nato in una stalla e si usa fra i bambini tirare le pagliuzze e, quella presa che sarà la più lunga indicherà longevità. Un tempo le ragazze usavano mettere il pettine sotto al cuscino la notte di Natale e, colui che in sogno le avrebbe pettinate, sarebbe diventato il futuro sposo.

A tavola poi, restano sempre posti liberi, pronti per accogliere Maria e Gesù Bambino se per caso arrivassero all'ultimo momento. La rappresentazione della natività é allestita su due piani, una specie di scenario portatile chiamato zopka. Nel primo é rappresentata la Natività, in quello inferiore le scene degli eroi nazionali. Sono celebri i presepi di Cracovia, esposti anche a Roma; sono altissimi, ornatissimi e simili a cattedrali. La cosa più bella del Natale polacco sono i canti; soprattutto i Kolenda, la maggior parte dei quali risalgono al periodo barocco. Il giorno di S. Stefano, protettore della Polonia, i contadini portano in chiesa l'avena per la benedizione e per lanciarla contro il parroco come si faceva in tempi lontani. Anche in Cecoslovacchia i bambini scrutano l'apparizione della prima stella, ma la sera del 6 dicembre; aspettano infatti l'arrivo di San Nicola che scende dal cielo insieme ad un angelo carico di regali e ad un diavolo munito di bastone. Elemento comune a tutti i Paesi dell'Europa orientale sono le calende, rito di allontanamento dell'inverno e delle ambigue presenze degli spiriti. In Romania, nazione sulla strutturazione del cui folklore hanno inciso da una parte la civiltà romana, dall' altra, in tempi successivi, la complessa cultura slava, i questuanti girano per le strade cantando la calinda, composizione lirica comprendente, oltre agli auguri, aneddoti e riferimenti epici ricavati dalla letteratura popolare religiosa apocrifa. Protagonisti delle calinde sono i ragazzi, che nel periodo tra Natale e l'Epifania letteralmente invadono le strade, bussando ad ogni porta lungo il cammino e propinando a quanti capitano sotto mano ogni sorta di scherzi. Un tempo associato alla questua, si svolgeva anche un caratteristico ballo. Altrove, le processioni di questuanti portano delle alte lanterne di legno e carta colorata.
Oltre alle calende sono tante le espressioni della preoccupazione popolare di purificare annualmente la comunità, affinché il ciclo della vita riprenda. Una curiosa usanza è quella diffusa in Ungheria che riguarda la cosiddetta sedia di Lucrezia. Si tratta appunto di un sedile, che viene costruito nei mesi precedenti con grande attenzione e dovizia di particolari. Esso viene arso, nei giorni che seguono il Natale, per preservare da pericoli e malanni. Sempre legato al fuoco, è un altro rito natalizio ungherese: il rogo di Cibele, grande falò alimentato, una volta acceso, dal lancio di ruote di  un carro  sopra di  cui sono poste delle candele accese ad onorare la dea pagana della fertilità. Dalle intenzioni chiaramente propiziatorie è invece la festa rumena dell' aratro, durante la quale si assiste allo svolgimento di una ricca coreografia che simula scene di vita agreste, con un accompagnamento musicale affidato a strumenti tradizionali. Molte sono anche le pratiche di divinazione. Ad esempio, nella civiltà contadina si affidavano le sorti del nuovo anno mettendo vicino al camino dodici chicchi di grano. All' occhio attento degli anziani non sfuggivano suggerimenti ed indizi sull' andamento della vita agricola. Osservando gli scoppiettii dei semi, la direzione che prendevano saltando e il colore che assumevano bruciando, si era in grado di trarre auspici. Una credenza, popolare in Bulgaria, vuole che per i tre giorni che precedono il Natale ci si astenga dal far bucato; occorre infatti fare attenzione a non inquinare le acque dei fiumi in cui Maria lava il corredo del suo Bambino.
A Capodanno, in ambienti tradizionali, la più giovane delle fanciulle deve setacciare per tre volte la farina che viene poi impastata dalla madre o dalla nonna con acqua silenziosa e fiorita. Con quella stessa acqua e quella stessa farina, ormai caricate di poteri magici, si prepara inoltre del lievito da conservare tutto l'anno, come avviene pure per l'acqua raccolta nel giorno precedente l'Epifania, considerata un potente mezzo difensivo. Il nucleo delle attuali tradizioni cristiane risiede spesso inantiche cerimonie offertorie: un esempio è l'offerta per gli orsi e per i lupi, presente da sempre nelle campagne bulgare, che ora, cristianizzata, cade il primo gennaio e viene così a coincidere con l'inizio dell' anno civile. Diverso rispetto agli altri costumi natalizi è il presepe, conosciuto in molte regioni orientali, ma che ha una sua specifica storia nella cattolicissima Polonia. Era il XVIII secolo quando, a Cracovia, cominciò a diffondersi presso i muratori e gli artigiani della città l'abitudine di costruire, per arrotondare le entrate nel tempo rimasto libero dal lavoro, piccole capanne con la Sacra Famiglia da mettere sotto l'albero. Col tempo, crebbe intorno a loro l'interesse e si specializzarono fino a creare miniature via via sempre più elaborate. I materiali utilizzati erano e sono tutt' oggi molto poveri, ma l'abilità dei presepisti li trasforma in vere opere d'arte. Listelli di legno, cartone, cartapesta, stagnola, e soprattutto gli incarti colorati di cioccolatini e caramelle: questi gli elementi a disposizione per creare ricche ed ornate dimore, e mille soggetti. Fino al primo conflitto mondiale, nella piazza centrale di Cracovia, gruppi di artisti esponevano le proprie opere e le conducevano in giro per la città, bussando agli usci delle case, cantando ed improvvisando degli spettacoli con i vari personaggi manovrati come burattini, all'interno della struttura presepistica pensata come una sorta di teatrino.
La brigata era accompagnata dalla musica e non mancavano mai un contrabbasso, un violino ed una fisarmonica a ravvivare l'esibizione. Questa consuetudine, bruscamente interrotta con la Grande Guerra, ha conosciuto poi un nuovo impulso ed un insospettato successo con un concorso che dal 1937 vede impegnati i presepisti nell'intento di dosare in giusta misura creatività innovativa e rispetto per una tradizione ormai talmente radicata da aver formulato precisi modelli estetici. Il concorso, in questo caso assolutamente laicizzato, porta in sé gli indizi delle gare rituali che spesso vedono la comunità dividersi e lottare assai duramente in occasione delle feste periodiche. Il momento più importante e più atteso delle feste dicembrine è la sera della Vigilia del 25, chiamata familiarmente "la stella": i bambini spiano dalle finestre il sorgere della prima stella del!a notte, e corrono a tavola. In Polonia la cena, rigorosamente "di magro", ha inizio con un rito diffuso anche nelle famiglie meno osservanti: prima di sedersi, in piedi intorno alla tavola  imbandita a festa, si spezza e ci si scambia tra i commensali l'0platek, un' ostia rettangolare benedetta, che reca stampate immagini sacre. La tavola è coperta da una tovaglia bianca sotto la quale viene sparsa della paglia in ricordo del Bambin Gesù ed è decorata con frutta, rami di abete e candele augurali. Sotto la tavola natalizia ungherese, una cesta contiene dei semi nascosti nel fieno che attendono la benedizione del Bambino. Di quelle sementi, una manciata se ne brucia; ciò che rimane si sparge invece sui campi ad auspicare un buon raccolto. La cena è ovunque molto abbondante: la carpa, pesce tipico del Natale dell' area orientale, viene servita come antipasto, in gelatina, decorata con verdure e uova sode, oppure durante e a fine pasto, farcita o fritta in pastella. Altra pietanza tradizionale e comune a tutti questi Paesi sono le aringhe affumicate o in salamoia, conservate in piccole botti in legno, poi tenute in ammollo e servite con tanta cipolla tagliata sottilmente, pezzetti di mela e panna acida.

Tra i primi piatti, se il menu ungherese propone una zuppa con verdure e spezzatino di montone, crauti ed un formaggio fresco, equivalente della  ricotta, condito con capperi, cipolle ed abbondante paprika, in Polonia si consuma il barszcz, dal caratteristico colore rossastro, brodo caldo preparato in vigilia con sole verdure, ma che generalmente prevede anche carne di manzo e di maiale. Tra i dolci, spiritosa è la torta bulgara dentro la quale è nascosto un bigliettino scherzoso. Molto famosa, invece, la specialità ungherese dobos, laboriosissima, come pure il rétés, la pasta per fare lo strudel qui acconciata a mo' di tortelli e farcita con marmellate e frutta. Sembra che, per capire la qualità del rétés, la cui lavorazione richiede tempi lunghi e tanta pazienza, si debbono poter leggere, attraverso la pasta, le parole ingiallite di una vecchia lettera d'amore. I ditini al papavero si ritrovano in molte regioni danubiane, seppure in diverse varianti e con denominazioni differenti. L'impiego della pasta accompagnata da un condimento dolce ricorre in più luoghi, a Natale come ai Santi, sempre, però in giorni di vigilia.

 
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