policoro
  L'opera italiana
 
Più che la musica strumentale, la musica pura, al grosso pubblico del Settecento, in Italia come all'estero, piaceva il melodramma, quello spettacolo complesso e grandioso che riuniva nel teatro poesia, musica, danza e pittura scenografica. Essendo legata a degli avvenimenti, a dei personaggi, a dei sentimenti espressi dal libretto, cioè dal testo poetico che ne stava alla base, la musica era in essa meno astratta e più descrittiva, quindi più facile da capire per tutti. Con una tradizione ormai secolare alle spalle, nel Settecento l'opera italiana, nota e apprezzata in tutta l'Europa, si precisò e si perfezionò, divenendo uno spettacolo molto equilibrato e ben confezionato. Dei libretti si occupavano letterati illustri, come Pietro Metastasio, e un grande commediografo come Carlo Goldoni. Nell'opera seria, il Metastasio inquadrò il dramma in un'atmosfera sobria e credibile, diede ai personaggi uno spessore psicologico e un linguaggio nobile e colto, già predisposto per essere musicato. La rappresentazione procedeva per scene ordinatamente composte di recitativo e aria finale; i cori sostenevano e ampliavano i sentimenti dei protagonisti; le danze erano motivate dallo svolgimento dell'azione. Nell'opera buffa, Goldoni seppe introdurre il bel gioco teatrale della commedia, con l'incalzare delle situazioni comiche, i colpi di scena, e soprattutto il finale d'atto, cioè il momento in cui, alla fine di ciascun atto, tutti i personaggi erano chiamati alla ribalta a esporre il loro punto di vista sulla situazione. Questo assieme venne chiamato concertato ed era un momento di grande comunicativa con il pubblico. Non sempre però si riuscì a mantenere quest'ordine nelle opere. Spesso prevaleva il gusto del pasticcio, una specie di collage con numeri presi da vari melodrammi per soddisfare le richieste del pubblico, e farcito di danze avulse dal contesto. Inoltre i cantanti avevano un enorme potere e si prendevano tutte le libertà: trascuravano i recitativi, aggiungevano infiorettature alla fine delle arie, e non di rado si accapigliavano, anche sul palcoscenico. L'opera italiana divenne ben presto opera europea, nel senso che tutti i compositori si adeguarono allo stile italiano e musicarono quasi sempre libretti italiani.

Non c'era praticamente differenza, a parte la personalità del musicista, fra un'opera del tedesco Handel presentata a Londra e una dell'italiano Galuppi presentata a Venezia, o fra un'opera del tedesco Hasse eseguita a Milano e una dell'italiano Piccinni data a Parigi. Come oggi nella musica rock si usa con prevalenza assoluta l'inglese, così l'italiano era la lingua comune del melodramma europeo nel Settecento. Solo in Francia l'opera italiana incontrò qualche difficoltà a penetrare, ma quando fu presentata a Parigi La serva padrona di Pergolesi, uno dei capolavori nel campo dell'opera buffa, il successo fu travolgente. A schierarsi per l'opera buffa italiana non fu soltanto il grosso pubblico, ma anche filosofi e intellettuali come Diderot e D'Alembert, Rousseau,e Voltaire, che erano contro il vecchio regime dominato dalla nobiltà e propugnavano radicali trasformazioni sociali. Ciò che nell' opera buffa italiana piaceva a questi pensatori era la modernità dei temi che venivano portati sul palcoscenico, cioè la famiglia, le classi sociali, le professioni, il denaro, e non di rado la satira sulla vecchia nobiltà fannullona e parassita. Ma naturalmente la censura era in agguato, e più d'un musicista ebbe a che fare con la giustizia. Nonostante il tentativo di riforma del melodramma propugnato a Parigi da Gluck, e pur tenendone in parte conto, l'opera di stile italiano continuò a mietere successi fino alla fine del secolo, anche perché a cimentarvisi furono grandi artisti, come gli italiani Giovanni Paisiello e Domenico Cimarosa, e autentici geni come gli austriaci Haydn e Mozart.
Nonostante l'incalzare di nuovi orientamenti culturali e artistici nei primi decenni dell'Ottocento, che videro il nascere del Romanticismo, il melodramma classico italiano troverà un altro eccelso interprete in Gioacchino Rossini. E in realtà, anche in piena epoca romantica, l'impostazione di base del melodramma, derivando da una così lunga e illustre tradizione, si conservò sempre, poco o tanto, nei compositori italiani.
 
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