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  La scuola nell'epoca di Mussolini
 
Nell’ultima tornata milanese di Benito Mussolini, intorno al Duce si accalca una compagnia di giro fra le più eclettiche, colorate e improbabili. Ci sono fedelissimi, ci sono spie e doppiogiochisti di ogni genere e sorta, ma cè anche qualche figura che apparentemente, stona. Uno di questi  fuoriquadro si chiama Carlo Silvestri, già del “Corsera” ai tempi di Luigi Albertini, sodale di Filippo Turati, riavvicinatosi al dittatore nell’ultima sfortunata e drammatica comparsata politica. Propio l'ex socialista riformista, che sopravviveva alla Liberazione, ricorda, in un suo scritto successivo, di aver molto insistito, in quella concitata circostanza, con un latro fuoriquadro "per salvargli la vita", ma di averne ottenuto un netto rifiuto. Il fuoriquadro in questione, presente nel cortile della prefettura ambrosiana, è invece deciso a non mollare Mussolini e a condividerne sino in fondo il destino. Sempre Silvestri ricorda di avergli sentito pronunciare, come fra se e se, le seguenti parole: E buffo la storia poi si chiederà: come mai in quegli ultimi momenti c'era con lui Bombacci quel vecchio socialista. E si rispondeva: sai?  Era romagnolo anche lui… erano stati a scuola insieme…’”. Nicola Bombacci è stata una figura di tutto rispetto della sinistra nostrana. Fra i big della corrente massimalista del Psi, nel 1921 fra i fondatori del piccì. E sopratutto un capopopolo assai amato quanti barricadero, uno dei bersagli prediletti degli squadristi che giungono a dedicargli un ritornello che la dice lunga si quanto stesse loro sui nervi: “Con la barba di Bombacci/ ci farem gli spazzolini/ per lucidare le scarpe/ di Benito Mussolini”. Ma l’odiato avversario, dopo la scissione di Livorno, piano piano, si defila dall’impegno di prima fila. Dai vertici del comunismo nostrano è guardato con un misto di sospetto e sufficienza, non così in Unione Sovietica. Con i russi ha intessuto legami strettissimi che si manterranno a fascismo saldamente al potere. Ai più giovani compagni di avventura politica, invece, sembra un sopravvissuto del socialismo ottocentesco, scarsamente incline alla disciplina di ferro richiesta dalla nuova formazione politica.

Bombacci resta pertanto ai margini della vita di partito da cui nel ’27 viene, formalmente, estromesso. Nell’Italia in camicia nera, peraltro, non se la passa tanto male. Non ha veri guai con il regime che, anzi, a metà degli anni Trenta gli consente di svolgere una, seppur circoscritta, azione pubblica. L’occasione la fornisce la possibilità di pubblicare una sua rivista, “La Verità”, a cui, sino al giugno ’43 - ultima data di uscita del giornale - è riservato il limitato spazio di “opposizione fiancheggiatrice”. “Alla penna di Bombacci”, scrive Guglielmo Salotti che ha appena ripubblicato, aggiornandola, una sua biografia del controverso leader romagnolo, “fu affidato il compito di propagandare  l’immagine di un’Italia proletaria in lotta contro l’imperialismo capitalistico, e di una ‘guerra proletaria’ per la ‘giustizia sociale fra le nazioni’, e per una sorta di ridistribuzione delle ricchezze che ponesse fine alla distinzione fra le nazioni ricche e povere… che indubbiamente trovò una certa eco fra le masse”.

Con Salò il legame si stringe, e di molto. Negli ultimi mesi Bombacci è ascoltatissimo dall’ex compagno di tante battaglie. E’ l’ispiratore dei certi spezzoni “socialisti” della Rsi e soprattutto è fra i fautori del dialogo con quegli italiani che hanno scelto l’altra parte della barricata. Delle ore terminali si è detto. Va aggiunto che il 28 aprile a Dongo attende  “con compostezza la scarica finale” e che le sue ultime parole sono: “Viva il socialismo”. 


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