policoro
  Il sangue di Bacco
 
Giove, il re di tutti gli dei, il padrone del mondo, colui al quale ubbidivano tutte le forze dell'universo, spesso e volentieri abbandonava la sua vita di beatitudine sul monte Olimpo e scendeva sulla terra per vivere come un umile mortale, stufo di bere ambrosia o di essere accontentato nei suoi desideri ancor prima di esprimerli. Un giorno, in uno di questi viaggi, incontrò Semele, una giovane e bella fanciulla che aveva il dono divino di sorridere sempre. Questa fanciulla era l'esatto contrario della moglie di Giove, la dea Giunone: sempre accigliata, pettegola, curiosa, gelosa e molto possessiva nei confronti del marito il quale, per poter sfuggire al suo controllo continuo, doveva spesso nascondersi dietro una nuvola. Non appena ebbe visto Semele, il re degli dei se ne invaghì e volle vivere vicino a lei come un semplice essere umano. In un primo tempo le cose andarono molto bene fra loro e l'unione venne allietata dalla nascita di un bambino che venne chiamato Bacco. Ma dopo qualche tempo Giunone, che non tralasciava di far seguire il marito, venne a conoscenza della passione di Giove.

Allora una notte apparve in sogno alla ragazza e le disse: L'uomo che sta con te non ti ha detto il vero sulla sua identità, perché è molto più potente e più grande di quanto ti abbia fatto credere. Chiedigli di mostrarsi a te nella sua luce reale e avrai la prova di ciò che ti ho detto. La mattina seguente Semele andò incontro a Giove e gli chiese di farsi vedere nel suo pieno splendore. Egli, colto di sorpresa, non seppe resistere alla vanità di essere ammirato dall' amata e riprese le sue vere sembianze di re degli dei. Subito una grande luce si sprigionò dalla sua persona e questa luce fu così intensa che incendiò in un attimo la casa e la misera fanciulla bruciò tra le fiamme. Anche il figlioletto stava per essere bruciato dal fuoco, ma Giove si rese subito conto del pericolo. Chiamò immediatamente il dio Vulcano che aveva dimestichezza con le fiamme e gli ordinò si salvare suo figlio; poi cercò un rifugio per il bambino al fine di proteggerlo dall'ira della moglie. Però non trovò un nascondiglio abbastanza sicuro e dunque decise di metterlo al riparo il un luogo che nessuno potesse sospettare: con un pugnale si aprì una coscia; vi nascose la creatura e rimarginò la ferita in attesa di tempi migliori. Bacco rimase nella gamba del padre fino a quando raggiunse l'età dell'istruzione. Il suo maestro fu Sileno, un grande bevitore tutto dedito ai divertimenti e a scatenare allegre baruffe.

Man mano che cresceva, il discepolo subiva sempre più il fascino del suo precettore e sempre più la sua passione si rivolgeva verso i piaceri della vita mondana, anziché verso la gloria sui campi di battaglia. Per cui, quando giunse il momento di riempire la sua vita di gesta avventurose, accettò di darsi alla vita militare a patto però che il suo esercito non ricorresse mai alle armi. E come vorresti combattere, caro Bacco gli domandò ridendo Silena. Con bastoni e tamburi rispose senza esitare il dio. In tal modo si scatenerà la guerra del fracasso a cui nessun nemico potrà resistere! Detto fatto arruolò una grande quantità di gente allegra, in prevalenza donne, poiché era convinto che facessero molto più rumore e confusione degli uomini. Ordinò quindi al suo esercito di suonare forte e di emettere altissime grida durante il cammino. Bacco guidava quella schiera festante a cavalcioni di una botte, seguito da Sileno che se ne stava seduto sopra un asino. La strana compagnia cominciò a marciare in lungo e in largo conquistando facilmente tutte le terre che attraversava. Le varie popolazioni infatti si affrettavano a sottomettersi a Bacco credendolo un re, poiché aveva la testa coronata di foglie e lo lodavano perché il suo esercito non causava né morti né feriti. Un giorno, però, Bacco si convinse che la guerra senza sangue era poco gloriosa. Chiese consiglio in merito a Sileno e questi gli rispose: Il rimedio è facile. lo conosco una certa pianta che dà buffissimi frutti, i quali amano tanto la compagnia da non stare mai isolati. Allora si raggruppano intorno a un gambo. Se strizzi questi frutti ne viene fuori un liquido rosso che dà la stessa energia, lo stesso vigore, gli stessi impeti che dà il sangue. E come se nell'individuo entrasse una nuova vita. Per questo io ho dato a questa pianta il nome di vite. Bacco fu molto lieto di aver trovato quanto occorreva alle sue imprese di guerra e si procurò molti rami della pianta. Si avviò quindi a conquistare le Indie e l'Egitto. Occupò queste terre in poco tempo, sempre favorito dalla sorpresa provocata dal fracasso del suo esercito. In ogni territorio assoggettato piantò delle viti e obbligò i sudditi a cibarsene abbondantemente.

E quando li vedeva con il viso macchiato di rosso, esclamava soddisfatto: Ora si potrà dire che anche io ho fatto versare del sangue! A volte Bacco riusciva addirittura a sottomettere i nemici senza legarli in catene, ma soltanto facendoli ubriacare. Allora questi lo seguivano e non volevano più lasciarlo. Non tutto però fu sempre così facile. Infatti vari uomini illustri si indignarono per le strategie usate dal dio. Tra questi ci fu Licurgo, il mitico re della Tracia che, con una grossa scure, abbatté molti vigneti. Bacco allora volle vendicarsi di lui, naturalmente senza usare la violenza. Prima lo fece addormentare e poi gli soffiò sopra un alito molto caldo. Licurgo si sentì ardere la gola dalla sete e, poiché vicino a lui c'era soltanto una bisaccia con del vino, iniziò a bere avidamente fino a che non ne ebbe visto il fondo. Le conseguenze, però, furono tragiche: l'uomo si ubriacò a tal punto da non riuscire più a distinguere le cose che lo circondavano e nemmeno il proprio figlio.  Poi vide le sue gambe malferme e gli sembrarono due nodosi tronchi di vite e cominciò dare altri colpi, finché non si ridusse a pezzi. Bacco insomma rideva e scherzava, ma non era proprio un bonaccione!
 
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